Chiese del territorio

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 Racconti dagli altari
Arte, storia e vicende di famiglie nelle chiese di Maccagno con Pino e Veddasca

Maccagno Superiore
Chiesa parrocchiale di S. Materno
Il gruppo dell’Addolorata (o delle “Tre Avemarie”)

 

Il gruppo dell’Addolorata (con il fronteggiante altare del Crocifisso) rappresenta il fulcro spirituale della chiesa parrocchiale di S. Materno sin dall’epoca della sua ricostruzione. Il progetto che dal 1701 portò l’edificio sacro nelle forme attuali, infatti, prevedeva di conferire alle due cappelle laterali maggiori, poste una di fronte all’altra e in posizione centrale alla nuova chiesa, un innovativo significato in funzione di una specifica ritualità concepita dall’origine. Regista dell’impresa, dalla ricostruzione alla vera e propria ideazione del rito delle “Tre Avemarie”, fu il parroco Giovanni Angelo Caldarone, originario di Germignaga che, alla fine del suo mandato (tra il 1690 e il 1727) e della sua vita, volle essere sepolto davanti alla cappella dell’Addolorata in un sarcofago ornato delle insegne familiari, rimosso nel Novecento.
Nel 1715 la nuova chiesa era giunta a buon punto, come prova l'iscrizione ancora presente all’interno: DIVO MATERNO SACRATA EXCELLENTIORI SCULPTURA MDCCXV ORNATA. Nel frattempo si procedeva con le cappelle laterali, iniziate quasi contemporaneamente, ma completate negli anni. La prima fu dedicata all’Immacolata (a sinistra dell’altare maggiore, tra il 1701 e il 1705, rinnovata però nel 1721 per devozione della fam. Branca), la seconda a S. Giuseppe (di fronte alla precedente), tra il 1705 e il 1716. La cappella dell’Addolorata fu intrapresa nel 1707 e benedetta nel 1713. L’altare delle Anime Purganti (a destra dell’ingresso), avviato nel 1709, fu ultimato nel 1716. Nel medesimo 1709 erano state gettate le fondamenta delle cappelle sul lato sinistro, ossia la centrale del Crocifisso e il battistero (a sinistra dell’ingresso, poi dedicata a S. Nicola da Tolentino), terminate nel 1723.

 

L’Addolorata, documenti alla mano: architettura, scultura e pittura
Una “cronaca settecentesca”, pubblicata da Leopoldo Giampaolo, informa sulle vicende che precedettero e seguirono la costruzione della cappella e l’installazione del gruppo ligneo poi divenuto popolare come delle “Tre Avemarie”.
Il 4 aprile 1707 fu posta la prima pietra della cappella alla presenza dei capomastri Paolo Baroggi e Giulio Bassano. La cerimonia di benedizione fu celebrata il 1° maggio 1713 e “spacciata” alla curia di Milano l’8 maggio. Entro quella data, l’altare era stato impreziosito dagli stucchi di Rocco Pisoni (originario di Germignaga e attivo anche in Canton Ticino), dall'altare in scagliola policroma della bottega di Giovanni Battista Rava di Val Dirinella (nel Gambarogno svizzero), dal gruppo dell’Addolorata e dalle tele, disposte nel profondo intradosso, sulle pareti laterali e sul sottarco, con i “Dolori della Vergine”. Il parroco non aveva badato a spese (di tasca sua: “il tutto è stato fatto a spese di me Pr. Gio. Angelo Caldarone”) e aveva ingaggiato i migliori artisti disponibili: per le statue Bernardino Castelli di Velate (1690-1725), a capo della più importante bottega d’intagliatori mai esistita sul territorio; per i quadri, Marc’Antonio Caldarone. Quest’ultimo (sui cui legami parentali con il parroco non sarà presto difficile fare luce) è rara figura di prelato artista perché, al tempo, rivestiva la carica di “Canonico nella Collegiata di Bedero”. La sua figura si sta riscoprendo in questi anni con studi approfonditi che attribuiscono alla sua mano nientemeno che la serie dei ritratti degli arcivescovi ambrosiani oggi conservata al Museo Diocesano di Milano.
L’intero ambiente, dunque, fu allestito come sontuoso scenario al gruppo ligneo delle tre pie donne (Maria dolente al centro, sorretta da Maria di Cleofe e Maria Salomè) che, calato dall’altare al piano dei fedeli, era concepito come statua processionale. Da subito, infatti, fu previsto un meccanismo di binari e tiranti che, mascherato nei vani tra la chiesa e la casa parrocchiale, permetteva di lasciare alla pubblica adorazione le “Tre Avemarie” in occasioni prestabilite. I binari sono ancora i medesimi; si conserva pure l’argano; sono stati sostituiti i tiranti (d’acciaio) ed è stato introdotto un motore meccanico.
Diverse le “fonti” che agirono da stimolo per il parroco nell’introduzione del culto dell’Addolorata a Maccagno Superiore. Dapprima, certamente, la diffusa popolarità dell’omonimo gruppo dell’Addolorata in S. Vittore a Varese, cinquecentesco, continua sorgente di eventi miracolosi. Quello allora più ravvicinato era avvenuto nel 1678: durante una processione delle statue per le vie di Varese comparvero nel cielo diurno tre stelle. Rispetto a questo, il gruppo maccagnese si propone come fedele reinterpretazione (senza, tuttavia, le tre stelle che, da quel 1678, erano state aggiunte sul capo di Maria nell’esemplare varesino). Quindi, certamente, l’allora recente riproposizione delle venerate statue di S. Vittore da parte di Bernardino Castelli in S. Rocco a Gemonio (1699), dove un meccanismo (poi scomparso) prevedeva di “muovere” i simulacri. Non ultimo, forse, il grande fervore che animava la natia Germignaga durante la cerimonia dell’Entierro (dal 1640), con esposizione e processione di un Crocifisso semovente.
Nel complesso, il parroco tradusse nell’intero luogo di culto maccagnese, in ricostruzione secondo le sue direttive, una complessiva concezione mariana che, a partire dai due altari presso il presbiterio (dove si articolava il tema dell’Immacolata e di Maria sposa vergine di Giuseppe) doveva trovare il suo culmine nello Stabat Mater intonato nelle cappelle centrali.

 

L’Addolorata e il Crocifisso: processioni e… spostamenti dal 1717 al 2000
La prima “solenne traslazione” (ossia processione) del gruppo dell’Addolorata fu celebrata a Maccagno il 4 aprile 1717, domenica. Nell’occasione, come sarebbe accaduto saltuariamente anche nei secoli successivi, le “Tre Avemarie” furono precedute dall’ostensione per le vie del paese dell’“agonizzante Redentore”, ossia di un Crocifisso, il tutto “con musica, trombe e con apparato sfarzoso” e con “catafalchi” (baldacchini) a protezione dei “simulacri”. La seconda “traslazione” fu allestita il 16 aprile 1719 a cura della “compagnia dei dolori”, “fondata” il giorno avanti allo scopo di sorvegliare, da allora in poi, il complesso cerimoniale. In queste occasioni, sicuramente, faceva già bella mostra di sé lo stendardo, tessuto e riccamente ricamato, raffigurante l’Addolorata, giudicato “vecchio” nel 1777 quando si procedeva a un primo restauro. Lo stendardo esiste ancora e sviluppa il tema di Maria dolente sostenuta dalle Pie Donne in maniera artisticamente autonoma rispetto al gruppo statuario.
Quanto all’“agonizzante Redentore” portato in processione nel 1717, non abbiamo certezza che si trattasse di quello, monumentale, presente nella cappella del Crocifisso. Questo, infatti, è documentato solo nel 1723 in occasione della benedizione, il 20 marzo di quell’anno, della cappella destinata “al culto del Redentore, di S. Francesco Salesio e di S. Antonio Abate” e affidata alle cure della confraternita del SS. Sacramento.
Questo l’assetto cultuale della chiesa, come pensato e concluso dal suo creatore, il parroco Calderone e da lui stesso sugellato in cartigli modellati nello stucco collocati sulle volte delle due cappelle laterali. Proprio dall’attenta lettura dei cartigli, nel 2000, un insigne studioso, Oleg Zastrow (a Maccagno per allestire una mostra sui reliquiari al Museo Parisi-Valle), rilevò una certa incongruenza liturgica e iconografica. Nel corso dei secoli, infatti, si erano “aggiunte” due statue poste ai lati del gruppo dell’Addolorata, un S. Giovanni e un’ulteriore Maria dolente. Le due sculture, raffigurate in piedi, anche per gli atteggiamenti di gesti e volti (oltre che per la reiterazione dell'addolorata), sarebbero state più coerenti se poste ai piedi di un Cristo in croce, secondo un’iconografia consolidata nei secoli. Di contro, i due santi allora ai piedi del Crocifisso, S. Francesco di Sales e S. Antonio, poco avevano a che spartire con il momento storicizzato della Crocifissione. La singolarità si spiega, almeno nel caso di S. Antonio abate, con una radicata devozione locale; la confraternita del SS. Sacramento che aveva in “gestione” la cappella del Crocifisso, infatti, era assai devota al santo, tanto da intitolargli in quegli anni l’antica chiesa parrocchiale, riorganizzata e in parte ricostruita a sede delle proprie riunioni. S. Francesco di Sales, invece, compare nelle “intenzioni” primigenie del parroco Calderone: al santo si voleva co-intitolare in origine la cappella dell’Immacolata.
Seguendo l’attento suggerimento di Oleg Zastrow, i due simulacri, di S. Giovanni e di Maria dolente, furono trasportati ai piedi del Crocifisso, dove ancora si ammirano al posto dei due santi (qui presenti dal 1723), collocati sulle mensole ai lati delle “Tre Avemarie”.
Il fatto ha permesso anche allo studioso di “isolare” le due sculture (S. Giovanni e Maria dolente) rispetto alle altre che compongono il complesso quadro devozionale di S. Materno, di proporre per le prime una datazione alla seconda metà del XV sec. e di evidenziarne la straordinaria tecnica esecutiva e la drammatica resa dei volti e dei gesti (soprattutto in Maria dolente).

 

Otto statue, un contratto per cinque e l’attribuzione a Bernardino Castelli
Tornando alla “cronaca settecentesca”, all’atto della benedizione della cappella dell’Addolorata (1° maggio 1713) si legge: “le statue cinque d’intaglio con candelieri, e vasi” furono scolpiti “dal sig. Bernardino Castelli”. I “vasi”, ossia vasi portapalma, sono stati individuati durante la recente catalogazione delle opere d’arte della parrocchia di Maccagno (2013-2014) nell’ambito del progetto nazionale di censimento dei beni culturali mobili della Conferenza Episcopale Italiana.
Rimane aperto il problema delle “statue cinque d’intaglio” collocate dall’origine sull’altare. Scartate per ora le due più antiche, così come precisato da Oleg Zastrow, tre corrispondono certamente al gruppo dell’Addolorata. Per queste l’attribuzione al Castelli è indubbia; concorre (se mai ve ne fosse stato bisogno) anche il parallelo con una statua di Maria dolente presente nella sacrestia superiore di S. Vittore a Varese.
I due santi oggi ai piedi del gruppo (Francesco di Sales e Antonio abate), documentati solo più avanti (nel 1723), sembrano invece di fattura non paragonabile con un lavoro di Bernardino Castelli. Nel novero, poi, bisogna introdurre il Crocifisso perché è pur vero che ne possediamo documentazione solo dal 1723, ma è altrettanto vero che la sua commessa potrebbe risalire ad anni precedenti se si associa, ad esempio, all’“agonizzante Redentore” recato in processione nel 1717. Anche il Crocifisso, infatti, fu pensato sin dall’origine sia come statua devozionale sia come statua processionale. La nicchia che lo ospita non presenta il complesso congegno della gemella delle Avemarie, ma la statua ha comunque un argano per agevolare la traslazione al piano dei fedeli ed è ancora rintracciabile in chiesa la colossale croce di legno con la quale era portato in processione e che, durante le solennità prestabilite, veniva infissa nel pavimento della cappella per l’ostensione temporanea. Del resto, siamo di fronte ad un’opera di altissima qualità scultorea e di forte intensità drammatica, con possibilità concrete di attribuirlo alla mano di Bernardino Castelli anche per il parallelo con un analogo manufatto presente in S. Rocco a Gemonio.
Con il Crocifisso, però, e le “Tre Marie”, il conto porta a quattro statue, non a cinque. Non è scomparsa una statua, semplicemente non riusciamo a contarle! Mancano ancora dei dati: l’effettiva attribuzione delle tre originariamente poste nella cappella del Crocifisso (il Crocifisso e/o i santi Francesco di Sales e Antonio) e la provenienza e la definitiva datazione dei due simulacri “intrusi” (S. Giovanni e Maria dolente, oggi correttamente ai piedi del Redentore), effettivamente mai menzionati nelle pur dettagliate cronache settecentesche.

 

 

Maccagno Superiore
30.10.2021
in collaborazione con Unità Pastorale Maccagno e Valli e Ammira
e con un intervento critico di Paola Viotto

Scopri on line:
- Sulle tracce dell’Addolorata, al sito www.ammira.org
- La storia della chiesa di S. Materno, al sito www.beweb.it (edifici di culto)
- La storia della chiesa di S. Antonio, al sito www.beweb.it (edifici di culto)

Altre fonti:
- Leopoldo Giampaolo, Storia breve di Maccagno Inferiore, già feudo imperiale […] e di Maccagno Superiore, Marco Cattaneo editore, Germignaga 2002 (III edizione)
- Oleg Zastrow, I martiri tra noi. Reliquie e reliquiari nell’Alto Verbano lombardo, cat. della mostra (Civico Museo Parisi-Valle), Comune di Maccagno, Maccagno 2000.