maccagno3materno

 

Oggi è conosciuta semplicemente come la Chiesa di san materno, o la Parrocchiale di Maccagno Superiore.

Eppure, andando alla riscoperta delle radici di questo edificio sacro, ritroviamo tracce di un passato importante, che merita di essere ricordato. 

Incominciata poco prima della visita di Federico Borromeo (1596), la sua costruzione fu lenta. Nel 1683 era ancora priva del campanile e la facciata non era ancora stata intonacata. Nel corso del '700 si stava ancora provvedendo a decorarla internamente. Un'iscrizione conservata nella chiesa lo ricorda « Materno sacrata excellentori sculpur ornata - 1715 » ed alcuni affreschi esistenti un tempo sulla volta recavano la data 12 ottobre 1720 .

La Chiesa ha la forma di croce latina. Comprende una navata centrale assai vasta ed alta e tre cappelle per parte, delle quali quelle di mezzo sono le più ampie. La facciata, un tempo assai più arretrata rispetto all'attuale, fu eretta nel 1877 con il ricavato della vendita della casa appoggiata alla chiesa di S. Antonio. Il disegno della facciata è una miscellanea di ordini architettonici, dal neoclassicismo al rinascimento. Le sue linee sono però armoniose ed eleganti. Solo nel 1875 fu sistemato il sagrato antistante.

L’interno della chiesa è ricco, raccolto e suggestivo. La luce che piove dall'alto crea strani effetti di ombre ed il mistico silenzio che vi regna inducono ad un profondo raccoglimento.

A sinistra entrando vi è il fonte Battesimale, dove una lapide ricorda un certo Giovanni Mondini che fece decorare a sue spese i capitelli con foglie d'oro. Segue la cappella dedicata a S. Nicola, costruita nel 1844 per voto dei maccagnesi scampati ad un’epidemia di colera. Il disegno della cappella è dell'architetto Caronesi (vedi n. 19 di Parola, maggio 2006), la famiglia Clerici offrì la statua del Santo e vi unì un legato; i fratelli Francesco e Giovanni Bolognini furono i pittori. È l'unica cappella che si stacchi dallo stile generale della chiesa e che non abbia l'altare in stucco intarsiato.

Segue la cappella del Crocefisso ricca di stucchi e formata da un’ampia volta sulle pareti della quale sono quattro medaglioni su tela dipinti ad olio. Essi rappresentano il ciclo dei dolori di Cristo. In una vasta nicchia è un grande Crocefisso di legno, ai cui lati sono le statue barocche di S. Antonio e S. Francesco. Segue la cappella dedicata alla Vergine Immacolata, raffigurata in un grande quadro a olio seicentesco di scuola lombarda. Una bella decorazione barocca incornicia il quadro, sullo stesso stile della precedente ed è formata anch'essa da un vasto arco decorato.

A destra dell’altare centrale troviamo tre cappelle corrispondenti nello stile, nella decorazione e nel disegno a quelle già descritte. La prima è dedicata a S. Giuseppe e contiene un quadro ad olio raffigurante lo sposalizio di Maria Vergine, copia di un affresco del Morazzone esistente nella Chiesa di S. Vittore di Varese. Segue la cappella dell'Addolorata, ornata da sette medaglioni di tela dipinti ad olio, rappresentanti il ciclo dei dolori della Vergine, risalente alla prima metà del 700. In una nicchia sono conservate alcune statue barocche in legno raffiguranti la Madonna con le pie donne e S. Giovanni. Il culto dell’Addolorata è in paese particolarmente sentito, e si celebra la terza domenica di settembre, successiva alla memoria liturgica del 15 settembre.

Ultima a destra segue la cappella dedicata all'Angelo Custode, raffigurato in una notevole tela di discreta fattura.

                                                                                                                                                     Testo di Fabio PASSERA

 

 


 Racconti dagli altari
Arte, storia e vicende di famiglie nelle chiese di Maccagno con Pino e Veddasca

Maccagno Superiore
Chiesa parrocchiale di S. Materno
Il gruppo dell’Addolorata (o delle “Tre Avemarie”)

 

Il gruppo dell’Addolorata (con il fronteggiante altare del Crocifisso) rappresenta il fulcro spirituale della chiesa parrocchiale di S. Materno sin dall’epoca della sua ricostruzione. Il progetto che dal 1701 portò l’edificio sacro nelle forme attuali, infatti, prevedeva di conferire alle due cappelle laterali maggiori, poste una di fronte all’altra e in posizione centrale alla nuova chiesa, un innovativo significato in funzione di una specifica ritualità concepita dall’origine. Regista dell’impresa, dalla ricostruzione alla vera e propria ideazione del rito delle “Tre Avemarie”, fu il parroco Giovanni Angelo Caldarone, originario di Germignaga che, alla fine del suo mandato (tra il 1690 e il 1727) e della sua vita, volle essere sepolto davanti alla cappella dell’Addolorata in un sarcofago ornato delle insegne familiari, rimosso nel Novecento.
Nel 1715 la nuova chiesa era giunta a buon punto, come prova l'iscrizione ancora presente all’interno: DIVO MATERNO SACRATA EXCELLENTIORI SCULPTURA MDCCXV ORNATA. Nel frattempo si procedeva con le cappelle laterali, iniziate quasi contemporaneamente, ma completate negli anni. La prima fu dedicata all’Immacolata (a sinistra dell’altare maggiore, tra il 1701 e il 1705, rinnovata però nel 1721 per devozione della fam. Branca), la seconda a S. Giuseppe (di fronte alla precedente), tra il 1705 e il 1716. La cappella dell’Addolorata fu intrapresa nel 1707 e benedetta nel 1713. L’altare delle Anime Purganti (a destra dell’ingresso), avviato nel 1709, fu ultimato nel 1716. Nel medesimo 1709 erano state gettate le fondamenta delle cappelle sul lato sinistro, ossia la centrale del Crocifisso e il battistero (a sinistra dell’ingresso, poi dedicata a S. Nicola da Tolentino), terminate nel 1723.

 

L’Addolorata, documenti alla mano: architettura, scultura e pittura
Una “cronaca settecentesca”, pubblicata da Leopoldo Giampaolo, informa sulle vicende che precedettero e seguirono la costruzione della cappella e l’installazione del gruppo ligneo poi divenuto popolare come delle “Tre Avemarie”.
Il 4 aprile 1707 fu posta la prima pietra della cappella alla presenza dei capomastri Paolo Baroggi e Giulio Bassano. La cerimonia di benedizione fu celebrata il 1° maggio 1713 e “spacciata” alla curia di Milano l’8 maggio. Entro quella data, l’altare era stato impreziosito dagli stucchi di Rocco Pisoni (originario di Germignaga e attivo anche in Canton Ticino), dall'altare in scagliola policroma della bottega di Giovanni Battista Rava di Val Dirinella (nel Gambarogno svizzero), dal gruppo dell’Addolorata e dalle tele, disposte nel profondo intradosso, sulle pareti laterali e sul sottarco, con i “Dolori della Vergine”. Il parroco non aveva badato a spese (di tasca sua: “il tutto è stato fatto a spese di me Pr. Gio. Angelo Caldarone”) e aveva ingaggiato i migliori artisti disponibili: per le statue Bernardino Castelli di Velate (1690-1725), a capo della più importante bottega d’intagliatori mai esistita sul territorio; per i quadri, Marc’Antonio Caldarone. Quest’ultimo (sui cui legami parentali con il parroco non sarà presto difficile fare luce) è rara figura di prelato artista perché, al tempo, rivestiva la carica di “Canonico nella Collegiata di Bedero”. La sua figura si sta riscoprendo in questi anni con studi approfonditi che attribuiscono alla sua mano nientemeno che la serie dei ritratti degli arcivescovi ambrosiani oggi conservata al Museo Diocesano di Milano.
L’intero ambiente, dunque, fu allestito come sontuoso scenario al gruppo ligneo delle tre pie donne (Maria dolente al centro, sorretta da Maria di Cleofe e Maria Salomè) che, calato dall’altare al piano dei fedeli, era concepito come statua processionale. Da subito, infatti, fu previsto un meccanismo di binari e tiranti che, mascherato nei vani tra la chiesa e la casa parrocchiale, permetteva di lasciare alla pubblica adorazione le “Tre Avemarie” in occasioni prestabilite. I binari sono ancora i medesimi; si conserva pure l’argano; sono stati sostituiti i tiranti (d’acciaio) ed è stato introdotto un motore meccanico.
Diverse le “fonti” che agirono da stimolo per il parroco nell’introduzione del culto dell’Addolorata a Maccagno Superiore. Dapprima, certamente, la diffusa popolarità dell’omonimo gruppo dell’Addolorata in S. Vittore a Varese, cinquecentesco, continua sorgente di eventi miracolosi. Quello allora più ravvicinato era avvenuto nel 1678: durante una processione delle statue per le vie di Varese comparvero nel cielo diurno tre stelle. Rispetto a questo, il gruppo maccagnese si propone come fedele reinterpretazione (senza, tuttavia, le tre stelle che, da quel 1678, erano state aggiunte sul capo di Maria nell’esemplare varesino). Quindi, certamente, l’allora recente riproposizione delle venerate statue di S. Vittore da parte di Bernardino Castelli in S. Rocco a Gemonio (1699), dove un meccanismo (poi scomparso) prevedeva di “muovere” i simulacri. Non ultimo, forse, il grande fervore che animava la natia Germignaga durante la cerimonia dell’Entierro (dal 1640), con esposizione e processione di un Crocifisso semovente.
Nel complesso, il parroco tradusse nell’intero luogo di culto maccagnese, in ricostruzione secondo le sue direttive, una complessiva concezione mariana che, a partire dai due altari presso il presbiterio (dove si articolava il tema dell’Immacolata e di Maria sposa vergine di Giuseppe) doveva trovare il suo culmine nello Stabat Mater intonato nelle cappelle centrali.

 

L’Addolorata e il Crocifisso: processioni e… spostamenti dal 1717 al 2000
La prima “solenne traslazione” (ossia processione) del gruppo dell’Addolorata fu celebrata a Maccagno il 4 aprile 1717, domenica. Nell’occasione, come sarebbe accaduto saltuariamente anche nei secoli successivi, le “Tre Avemarie” furono precedute dall’ostensione per le vie del paese dell’“agonizzante Redentore”, ossia di un Crocifisso, il tutto “con musica, trombe e con apparato sfarzoso” e con “catafalchi” (baldacchini) a protezione dei “simulacri”. La seconda “traslazione” fu allestita il 16 aprile 1719 a cura della “compagnia dei dolori”, “fondata” il giorno avanti allo scopo di sorvegliare, da allora in poi, il complesso cerimoniale. In queste occasioni, sicuramente, faceva già bella mostra di sé lo stendardo, tessuto e riccamente ricamato, raffigurante l’Addolorata, giudicato “vecchio” nel 1777 quando si procedeva a un primo restauro. Lo stendardo esiste ancora e sviluppa il tema di Maria dolente sostenuta dalle Pie Donne in maniera artisticamente autonoma rispetto al gruppo statuario.
Quanto all’“agonizzante Redentore” portato in processione nel 1717, non abbiamo certezza che si trattasse di quello, monumentale, presente nella cappella del Crocifisso. Questo, infatti, è documentato solo nel 1723 in occasione della benedizione, il 20 marzo di quell’anno, della cappella destinata “al culto del Redentore, di S. Francesco Salesio e di S. Antonio Abate” e affidata alle cure della confraternita del SS. Sacramento.
Questo l’assetto cultuale della chiesa, come pensato e concluso dal suo creatore, il parroco Calderone e da lui stesso sugellato in cartigli modellati nello stucco collocati sulle volte delle due cappelle laterali. Proprio dall’attenta lettura dei cartigli, nel 2000, un insigne studioso, Oleg Zastrow (a Maccagno per allestire una mostra sui reliquiari al Museo Parisi-Valle), rilevò una certa incongruenza liturgica e iconografica. Nel corso dei secoli, infatti, si erano “aggiunte” due statue poste ai lati del gruppo dell’Addolorata, un S. Giovanni e un’ulteriore Maria dolente. Le due sculture, raffigurate in piedi, anche per gli atteggiamenti di gesti e volti (oltre che per la reiterazione dell'addolorata), sarebbero state più coerenti se poste ai piedi di un Cristo in croce, secondo un’iconografia consolidata nei secoli. Di contro, i due santi allora ai piedi del Crocifisso, S. Francesco di Sales e S. Antonio, poco avevano a che spartire con il momento storicizzato della Crocifissione. La singolarità si spiega, almeno nel caso di S. Antonio abate, con una radicata devozione locale; la confraternita del SS. Sacramento che aveva in “gestione” la cappella del Crocifisso, infatti, era assai devota al santo, tanto da intitolargli in quegli anni l’antica chiesa parrocchiale, riorganizzata e in parte ricostruita a sede delle proprie riunioni. S. Francesco di Sales, invece, compare nelle “intenzioni” primigenie del parroco Calderone: al santo si voleva co-intitolare in origine la cappella dell’Immacolata.
Seguendo l’attento suggerimento di Oleg Zastrow, i due simulacri, di S. Giovanni e di Maria dolente, furono trasportati ai piedi del Crocifisso, dove ancora si ammirano al posto dei due santi (qui presenti dal 1723), collocati sulle mensole ai lati delle “Tre Avemarie”.
Il fatto ha permesso anche allo studioso di “isolare” le due sculture (S. Giovanni e Maria dolente) rispetto alle altre che compongono il complesso quadro devozionale di S. Materno, di proporre per le prime una datazione alla seconda metà del XV sec. e di evidenziarne la straordinaria tecnica esecutiva e la drammatica resa dei volti e dei gesti (soprattutto in Maria dolente).

 

Otto statue, un contratto per cinque e l’attribuzione a Bernardino Castelli
Tornando alla “cronaca settecentesca”, all’atto della benedizione della cappella dell’Addolorata (1° maggio 1713) si legge: “le statue cinque d’intaglio con candelieri, e vasi” furono scolpiti “dal sig. Bernardino Castelli”. I “vasi”, ossia vasi portapalma, sono stati individuati durante la recente catalogazione delle opere d’arte della parrocchia di Maccagno (2013-2014) nell’ambito del progetto nazionale di censimento dei beni culturali mobili della Conferenza Episcopale Italiana.
Rimane aperto il problema delle “statue cinque d’intaglio” collocate dall’origine sull’altare. Scartate per ora le due più antiche, così come precisato da Oleg Zastrow, tre corrispondono certamente al gruppo dell’Addolorata. Per queste l’attribuzione al Castelli è indubbia; concorre (se mai ve ne fosse stato bisogno) anche il parallelo con una statua di Maria dolente presente nella sacrestia superiore di S. Vittore a Varese.
I due santi oggi ai piedi del gruppo (Francesco di Sales e Antonio abate), documentati solo più avanti (nel 1723), sembrano invece di fattura non paragonabile con un lavoro di Bernardino Castelli. Nel novero, poi, bisogna introdurre il Crocifisso perché è pur vero che ne possediamo documentazione solo dal 1723, ma è altrettanto vero che la sua commessa potrebbe risalire ad anni precedenti se si associa, ad esempio, all’“agonizzante Redentore” recato in processione nel 1717. Anche il Crocifisso, infatti, fu pensato sin dall’origine sia come statua devozionale sia come statua processionale. La nicchia che lo ospita non presenta il complesso congegno della gemella delle Avemarie, ma la statua ha comunque un argano per agevolare la traslazione al piano dei fedeli ed è ancora rintracciabile in chiesa la colossale croce di legno con la quale era portato in processione e che, durante le solennità prestabilite, veniva infissa nel pavimento della cappella per l’ostensione temporanea. Del resto, siamo di fronte ad un’opera di altissima qualità scultorea e di forte intensità drammatica, con possibilità concrete di attribuirlo alla mano di Bernardino Castelli anche per il parallelo con un analogo manufatto presente in S. Rocco a Gemonio.
Con il Crocifisso, però, e le “Tre Marie”, il conto porta a quattro statue, non a cinque. Non è scomparsa una statua, semplicemente non riusciamo a contarle! Mancano ancora dei dati: l’effettiva attribuzione delle tre originariamente poste nella cappella del Crocifisso (il Crocifisso e/o i santi Francesco di Sales e Antonio) e la provenienza e la definitiva datazione dei due simulacri “intrusi” (S. Giovanni e Maria dolente, oggi correttamente ai piedi del Redentore), effettivamente mai menzionati nelle pur dettagliate cronache settecentesche.

 

 

Maccagno Superiore
30.10.2021
in collaborazione con Unità Pastorale Maccagno e Valli e Ammira
e con un intervento critico di Paola Viotto

Scopri on line:
- Sulle tracce dell’Addolorata, al sito www.ammira.org
- La storia della chiesa di S. Materno, al sito www.beweb.it (edifici di culto)
- La storia della chiesa di S. Antonio, al sito www.beweb.it (edifici di culto)

Altre fonti:
- Leopoldo Giampaolo, Storia breve di Maccagno Inferiore, già feudo imperiale […] e di Maccagno Superiore, Marco Cattaneo editore, Germignaga 2002 (III edizione)
- Oleg Zastrow, I martiri tra noi. Reliquie e reliquiari nell’Alto Verbano lombardo, cat. della mostra (Civico Museo Parisi-Valle), Comune di Maccagno, Maccagno 2000.

 

 


 

 20211211 102155 2

 

Racconti dagli altari

Arte, storia e vicende di famiglie nelle chiese di Maccagno con Pino e Veddasca

Altare di S. Nicola da Tolentino.

L’architetto Ferdinando Caronesi e il Genoa calcio

Attorno all’altare di S. Nicola da Tolentino, nella Chiesa di S. Materno, la collettività di Maccagno Superiore si raccolse in voto per una mancata pestilenza. Attorno a quella medesima mensa, un secolo dopo l’avvio dei lavori, nel 1839, si riannodarono, nel nome di Ferdinando Caronesi, architetto nativo di Veddo, ma assai noto a Torino per prestigiosi incarichi in età neoclassica, inediti legami famigliari. 

Eugenio Olivero, lo storico torinese cui si deve la riscoperta di Caronesi, nel 1938, ne trasse una descrizione: altare a parete «prettamente neo-classico, [con] due colonne corinzie [e] una trabeazione orizzontale su cui due statue di putti sostengono la croce». Nella teca, la statua del santo rispetta l’iconografia: il sole sul petto e, nella mano sinistra, il pane, ottenuto per carità da una devota tolentinate e veicolo, grazie all’intercessione della Madonna, di guarigione. Sulle pareti laterali della cappella due iscrizioni circoscrivono fatti collettivi e memorie dinastiche.

A sinistra dell’altare

HOC SACELLUM / PIIS / MACCANIENSIUM ELARGITIONIBUS / DELINEANTE / FERDINANDO CARONESI ARCHIT. / EXTRUCTUM / ATQUE STATUA 

D. NICOLAI TOLET. PROTECT. / LEGANTE VICTORE CLERICI DONANTIBUSQ. ALIIS / DECORATUM

DONOQUE / PETRI MARTIRIS CARMINE / MARMORE SEPTUM / FRANCISCUS ET IOANNES / FRATRES BOLOGNINI PICTORES / ANNO D[OMI]NI MDCCCXLIV / ORNABANT

A destra dell’altare

SACELLUM HOC / DIVO / NICOLAO TOLENTINATI MACCANEI SUPERIORIS / PROBANTISSIMO PROTECTORI DICATUM / BENED. DIE.X.7MBRIS MDCCCIX[L] (per 1849?) EIUSQUE SIMULACRO / ANNO. MDCCCXLIII. DECORATUM MACCANIENSES / A CHOLÈRA IMMUNES GRATO LAETOQ. ANIMO / VOTUM / EXPLENTES / VOLVENTE ANNO MDCCCXLIV / ORNATU / PERFICIEBANT / ANNO MCMXXXIX / IN PATRIS / TRANQUILLI CLERICI / MEMORIAM / PELLERANI / VIOLETTA CLERICI

PROPRIIS SUMPTIBUS RESTAURAV[IT].

Il cartiglio a sinistra rimanda, dunque, alla costruzione e decorazione dell’altare nel 1839 per voto alla scampata ondata del colera che, nel 1836, s’era abbattuta sull’area varesina. La stessa piaga aveva colpito il Piemonte nel 1835 e aveva spinto i Torinesi ad innalzare una colonna votiva in piazza della Consolata. Fu proprio Ferdinando Caronesi a fornire alla città il disegno dello slanciato piedistallo per sorreggere la colossale statua della Madonna che ancora si ammira.

La decorazione dell’altare maccagnese fu completata solo tra 1843 e 1844 con le pitture a monocromo (candelabre e lacunari) ricche di rimandi ad altre opere ideate da Caronesi e di mano dei fratelli Francesco e Giovanni Bolognini. La medesima iscrizione tramanda il nome di Vittore Clerici, che si offrì per la posa simulacro nel 1843 e di Pietro Martire Carmine, che donò il setto marmoreo della mensa. Pietro Martire Carmine, in quegli anni, si era fatto fabbricare la sontuosa dimora sul lungolago di Cannobio dallo stesso Caronesi (oggi è sede del municipio della città); non sono noti i suoi interessi a Maccagno, dove, comunque, rami della famiglia Carmine appaiono, sfogliando i registri parrocchiali, ben radicati per intrecci parentali.

Il cartiglio a destra, invece, fu riscritto nel 1939 a cura di Violetta Clerici. Quali affetti la spinsero a patrocinare il restauro della cappella perpetuando così, un secolo dopo, il nome di Caronesi?

È d’ausilio, allo scopo, l’edicola della famiglia Clerici nel cimitero di Maccagno Superiore. Dal cancelletto sono decifrabili gli epitaffi interni, l’uno di Ernesto Bolognini (Maccagno o Veddo, 1846-1920), figlio di Francesco e Giuseppina Nessi. Francesco   Bolognini era proprio uno dei due fratelli ingaggiati nel 1844 nella decorazione dell’altare; soprattutto, fu nipote prediletto dell’arch. Caronesi, che, morto senza eredi, volle lasciare tutti i beni a Francesco. Ernesto (e non è coincidenza) teneva un’impresa edile. Sposato con Maria Clerici (ved. Bolognini, come è scritto), non ebbe discendenti.

Da qui il passaggio del testimone ai soli Clerici. Maria, infatti, aveva tre sorelle e un fratello, nati da Francesco (1804-1867) e Teresa Fontana (1815-1866), sul cui destino di ved. Clerici ci informa un’altra lapide: Ernesta, Cristina, Adele, e Tranquillo. Tranquillo (Maccagno, 1850-Genova, 1935) sposò Minnie Thompson di Washington. Fu lui a costruire la villa nel centro di Maccagno che oggi è sede municipale. Ebbe tre figli: Violetta, Dora e il maggiore Leo Clerici (Milano, 1894; Leintor, l’8.IX.1944: morì sul fronte?).

Nell’edicola del cimitero di Maccagno riposa anche Silvio Pellerani, di Genova (1887-1945). Fu l’attaccante del Genoa Calcio che più si mise in mostra nella finale di scudetto contro la Juventus del 1904, nella più gloriosa stagione del prestigioso football-club italiano. Al suo fianco non è presente Violetta, che però risulta nel catasto del 1958 come ultima proprietaria della casa Caronesi a Veddo. Bisogna tornare all’iscrizione dell’altare per chiudere il cerchio: il ripristino della cappella fu da lei dedicato alla memoria del padre Tranquillo. Violetta era la moglie di Silvio Pellerani.

L’architetto Ferdinando Caronesi

Ferdinando Ausano Caronesi nacque a Veddo l’11 ottobre 1794 da Giovanni Antonio e Domenica Baroggi. Distintosi a Milano, ai corsi di architettura dell’Accademia di Brera, iniziò a esercitare la professione nel 1825. Dal 1828 già era in grado di distinguersi in Piemonte (dove si era trasferito secondo intrecci professionali o parentali ancora ignoti) per importanti incarichi, ecclesiastici (chiese parrocchiali) o civili (palazzi nobiliari a Torino), soprattutto per il suo linguaggio classicheggiante di chiara impronta lombarda.

Una voce sul Dizionario Biografico degli Italiani ne elenca i meriti, in primis la costruzione (per acclamata vittoria al concorso pubblico) della facciata della Chiesa di S. Carlo nell’omonima, centrale piazza Torinese. Era il 1836. Morì giovane, il 24 ottobre 1842, a Torino, lasciando incompleti importanti incarichi, tra cui la colossale mole del Seminario sull’Isola di S. Giulio a Orta. “Uomo integro laborioso e pio”, come lo ricordava un’iscrizione nel cimitero di Torino, fu in grado di radunare attorno a sé una piccola scuola capace, soprattutto in Piemonte, di proseguire sulle sue orme.

Work in progress: la famiglia Clerici a Maccagno

La vicenda dell’altare di S. Nicola intreccia le sorti di quattro famiglie: Caronesi e Bolognini (dei cui legami stretti si è detto), Carmine e Clerici.

La presenza della famiglia Clerici a Maccagno è radicata nei secoli, ma non ne è ben chiarita origine e ramificazione. Rimonta al 1564, anno in cui un Antonio Clerici di Maccagno Superiore faceva dipingere un S. Antonio che ancora si ammira in via Mameli, a Maccagno Inferiore. Persino un avo di Caronesi, nel 1674, si era congiunto per via matrimoniale con Caterina Clerici di Maccagno, determinando lo spostamento dei destini dell’intera dinastia Caronesi dalla sponda d’origine (tra Cannero e Cannobio) a Maccagno. Nel 1844, infine, un Vittore Clerici donava, come visto, la statua di S. Nicola per l’altare in S. Materno.

Clerici è blasonata dinastia milanese, insignita di titolarità nobiliari; un ramo, proveniente da Intra (vantante lo stemma della casata che a Milano aveva costruito il sontuoso palazzo di famiglia), si era insediato a Ticinallo (sopra Porto Valtravaglia) agli inizi del XIX sec., nella tenuta poi divenuta proprietà Petrolo. Qui viveva un Vittore Clerici (1776-1842). Flebili gli indizi per associarlo a quello vivente a Maccagno negli stessi anni, anche se i tramiti tra Maccagno e Ticinallo erano numerosi: a Porto Valtravaglia agivano come procuratori dei Clerici i Nosetti, stirpe di impresari originari di Lozzo.

Un documento proveniente dalla storia di S. Materno pare consolidare un nobile lignaggio anche per i Clerici viventi a Maccagno tra Sei e Settecento. Nel 1696, infatti, una Maddalena Clerici aveva donato all’erigenda cappella dell’Immacolata la somma stabilita dal testamento del padre, Michele. Michele era notaio a Milano. Maddalena e Michele erano gli ultimi discendenti di un ramo da tempo presente a Veddo dove, nel 1632, Giovanni Stefano, anche se curato a Vogogna, aveva patrocinato la costruzione della Chiesa di S. Carlo e dove, ancora nel 1725, un altro Michele provvedeva per via testamentaria al sostentamento delle messe nel medesimo oratorio.   

Da questi discendono sicuramente: Giuseppe, deputato della comunità di Maccagno Sup. nel 1782, Carlo Francesco, parroco di S. Materno nel 1760 e Vittorio, che supervisionò la costruzione dell’altare maggiore nella medesima parrocchiale. Non impossibile collegare questi con il “nostro” Vittore (il donatore della statua di S. Nicola), né con Violetta, con la quale, nonostante la pietosa volontà di tramandare nomi e volti nei secoli, si spense definitivamente questo ramo.

Non sarà impossibile neppure tentare un collegamento con altri, rinomati Clerici maccagnesi: quelli che diedero origine alla dinastia (assai celebre in zona) dei farmacisti. Nel 1768 era nato a Maccagno Orazio, figlio di Giuseppe. Orazio, “avanti l’anno 1835”, fondò a Luino la farmacia dalla quale sarebbe discesa quella esistente in piazza Risorgimento. Suo figlio, Fulgezio, a dispetto dell’appoggio che Maccagno Superiore diede alle mosse di Garibaldi nell’alto lago il fatidico 15 agosto 1848, era destinato a “passare alla storia” come il farmacista che fornì un lassativo a Garibaldi, presentatosi al suo cospetto febbricitante e bisognoso.

Almeno un tassello ci pare chiuso in questa vicenda. Giuseppe (deputato della comunità nel 1782) potrebbe essere il padre di Orazio.

Federico Crimi, Maccagno Sup. 11 dicembre 2021